Alberi

Per me l’albero è simbolo del padre, radicato nella terra eppure proteso in alto. Fu proprio mio padre a farmi amare gli alberi.

Quando cadevano i ricci delle castagne, mio padre ci portava a fare una passeggiata nella campagna di compare Antonio, dove, nella zona più bassa, c’era un enorme castagno. Ci esortava ad abbracciarne il grande tronco per vedere quanti bambini ci volevano a circondarlo tutto. Poi si procedeva alla raccolta dei ricci e delle castagne sparse sul terreno, scostando le foglie con un ramo secco. I rami del castagno si protendevano per un raggio di qualche metro o almeno così mi pareva da piccola, riparandoci dal sole ancora caldo di ottobre.

Un altro albero generoso era il ciliegio, che rallegrava le passeggiate della tarda primavera, quando il sole ci arrossava guance, braccia e gambe. Si lasciava la via maestra e si intraprendeva un tratturo, separato dai campi dei contadini, coltivati per lo più a mandorli, da muriccioli a secco. Biancospini con mazzetti di fiori al profumo di miele, rovi di more grassottelle e i veli da sposa delle vitalbe allietavano il viandante, secondo la stagione. Forse mio padre si sentiva autorizzato a entrare nel campo di qualche contadino, affondare nelle zolle calde di terra rossa friabile e a farci raccogliere le ciliegie. Certo è che sentivamo la campagna anche nostra, come lo era per gli uccelli, le lucertole, le farfalle, le libellule, le rane, le volpi, le tartarughe, gli scarabei stercorari, le formiche e i formicaleoni. Un giorno però un contadino geloso lo rimbrottò, svelandoci che la campagna non era tutta un dono di Dio, specie quella coltivata.

Altri alberi familiari erano i mandorli, belli verso fine inverno, nel loro sontuoso vestito bianco o rosa, profumati come ragazze vanitose, ma bruttarelli e stortignaccoli nelle altre stagioni. A primavera inoltrata i ragazzini andavano ghiotti delle mandorle verdi, asprigne e pelosette: una primizia davvero rara, perché il caldo presto maturava il frutto e formava al suo interno il guscio. Se si aspettava ancora un mesetto, arrivava il tempo delle mandorle fresche, dal guscio già formato, ma ancora tenero da essere rotto con i denti. Al suo interno, avvolto dal mesocarpo verde e vellutato, dal guscio ancora chiaro, dal tegumento giallino con qualche traccia di gelatina insapore, si arrivava a un delizioso frutto candido.

Non dimentico gli olivi, le cui distese vedevamo dall’altopiano nel Tavoliere, tosati alla stessa altezza dalle potature del contadino, con involontaria arte topiaria.

Il carrubo si trovava in zone riparate dai venti o verso il mare. C’era al mercato la bancarella che ne vendeva i baccelli scuri, da masticare per estrarne la polpa dolce, sputando i semi duri come sassolini. Questi anticamente venivano usati come pesi per metalli preziosi. Il nome scientifico della pianta, Ceratonia siliqua, ci riporta alla sua origine greca κεράτιον, da cui l’arabo qi-ra-t e l’unità di peso carato, ancora oggi in uso.

C’era un noce maestoso vicino casa, testimone di arrampicate, piccole tragedie, rifugio da vecchie vicine arrabbiate, sassaiole. I miei fratelli erano agilissimi a salire sul suo tronco grigio chiaro, sfruttando le sporgenze dei nodi, saltare tra i suoi rami come scimmiette e lasciarsi scivolare sul terreno. Io ero la più grande, più sviluppata, perché femmina, inoltre mi fermava una certa prudenza tipica delle donne. Soltanto una volta, vincendo la paura, sono riuscita ad arrivare alla biforcazione, trascinarmi su un tronco laterale e scendere da una ramo.

About Vittoria Siena

Mi chiamo Vittoria, sono di origine pugliese, ho vissuto per un po' a Firenze, una decina d'anni in Veneto e ora abito a Roma. Ho avuto l'accento pugliese, quello fiorentino, veneto e ora mi dicono che ho l'accento romano! Sono sposata, ho due figli maschi ormai grandi, ho lavorato fin da ragazza, gli ultimi trent'anni nell'Amministrazione pubblica. Ora sono in pensione e finalmente ho un po' più di tempo per dedicarmi a ciò che mi piace: il problema è che sono troppe le cose che mi piacciono! ”Nata in Italia” è una sfida che faccio a me stessa. Tratterò gli argomenti che mi riescono meglio: racconti, cucina, fotografia, arte, letture, manualità, reportage di gite fuori porta e qualche viaggio. Il tutto condito con lo sguardo, il gusto e l’esperienza di una donna nata in Italia. Per quanto riguarda la cucina, oltre ad avere un'esperienza pluridecennale in ambito familiare, ho frequentato un corso al "Cordon Bleu"; uno di avviamento alla professione di pasticcere presso la scuola "A tavola con lo chef", dove ho avuto l'onore di avere come maestri Leonardo Di Carlo e Nazzareno Lavini; un paio di corsi tenuti da Valentina Gigli sulle torte decorate all'inglese , quando in Italia il cake design era agli albori. L'interesse per la fotografia deriva dalla mia vena artistica, che si è espressa anche in pittura. Ho fatto parte di un gruppo fotografico su invito di altri colleghi, con i quali abbiamo allestito alcune mostre a tema. La mia manualità, modulata dal gusto per colori e proporzioni, si esprime anche nella realizzazione di fiori in pasta di zucchero e altre paste modellabili, una tecnica appresa seguendo i corsi di Susanna Righetto , Marina Petrini , di Alan Dunn online, sui migliori testi e DVD sull'argomento. Un'arte che pare abbia avuto origine il secolo scorso in Giappone; si è diffusa poi in altri Paesi dell'Estremo Oriente, soprattutto in Thailandia, da qui nel Regno Unito, è approdata nelle Americhe, Australia, Sud Africa, ha fatto proseliti in Russia e, da qualche anno, anche in Italia.

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